La sofferenza è davvero necessaria al cambiamento o questa è solo la stigmatizzazione di una credenza limitante?

COME IL SISTEMA TET9 SUPERA IL DISAGIO DELL’ACUTIZZARSI DEL SINTOMO E LA RISONANZA DEL SISTEMA EGO-MENTE

Una delle certezze avute sino ad ora in campo energetico è quella per cui, in qualsiasi processo di crescita o sanazione, sia necessario affrontare la cosiddetta “fase di crisi”.

Generalmente la fase di crisi coincide con un acutizzazione estrema del sintomo e un conseguente malessere generale della persona. Lo stato di malessere può durare più o meno a lungo, non si può prevedere né quantificare poiché dipende sempre dal caso singolo.

Questo concetto di “soffrire per guarire” sembra coincidere con la credenza di massa che recita: “Gli obiettivi importanti si conseguono solo con la fatica e il sudore della fronte” che sarebbe da correggere con “Realizzo i miei obiettivi con impegno e dedizione”. Suona già meglio, vero?

Anche in omeopatia, l’acuirsi del sintomo è considerato necessario al processo di guarigione ed è vero che, molto spesso, quando intraprendiamo un percorso di crescita e sanazione, notiamo un iniziale stato di malessere. 

Ma siamo proprio sicuri che sia così necessario questo passaggio?

Non potrebbe essere che questa sia la manifestazione più comune del processo solo perché tutti sono convinti che sia così che debbano andare le cose? Non è possibile che questo iter sia solo frutto di una credenza culturale molto diffusa?

In effetti, fino a che ho lavorato con il vecchio paradigma, anche io ero convinta di questo.

La persona veniva da me, facevo la mia valutazione energetica, posturale, emozionale e, mettendo insieme tutti i miei ragionamenti e le mie conoscenze, cercavo di trovare la “soluzione migliore” per lei. Avvisavo la persona che durante il percorso avrebbe potuto avere la sensazione di stare peggio, che era normale e che faceva parte del processo di guarigione. Poi, dopo aver accettato la mia soluzione, la persona sceglieva di iniziare il percorso ed entrambe speravamo che sarebbe andata bene, che la soluzione trovata potesse essere quella giusta.

Ma io più di lei sapevo che i risvolti potevano essere molteplici e le variabili infinite. Poteva andare bene, quindi sarei stata brava io e brava la persona: io a capire e intuire la strada, lei disponibile, collaborativa e aperta al cambiamento. Su questa opzione, dunque, tutti felici.

Quando però le cose non funzionavano, si aprivano scenari differenti.

Uno di questi era che la persona, di fronte alla fase acuta, mollasse la presa.  Il ragionamento è comprensibile e anche condivisibile : “Se per stare meglio mi tocca stare ancora peggio, oltretutto mollando tutti i miei schemi mentali di protezione, preferisco il mio stare male di prima che almeno lo conosco già e ho già tutti i miei meccanismi automatici per difendermi”.

Risultato: vedi la persona per qualche seduta e poi sparisce. Giustamente.

L’altra situazione è la confusione dell’operatore, la tua confusione. Devi accettare di non aver avuto la giusta intuizione di non aver compreso il problema nella sua totalità, allora cominci a provare altre tecniche e a fare esperimenti con la persona che, dall’altra parte, subisce inerme il tuo navigare in acque incerte e agitate. Magari alla fine trovi la soluzione migliore e tutto va bene comunque. Quando proprio non funziona, poi, si tende a dare la responsabilità alla persona. Si fa leva sul famoso concetto di assunzione di responsabilità, necessario in qualsiasi processo di sanazione. 

Nessuno lo nega, è assolutamente vero che per avere un risultato ci sia la necessità della partecipazione attiva della persona al proprio cambiamento, altrimenti si cadrebbe nella famosa “sindrome del salvatore”. Di fronte al mancato raggiungimento dell’obiettivo, però, spesso si sostiene che la persona non fosse pronta ad affrontare quel cambiamento. Il suo sistema – si dice- non è in grado perché deve completare la sua esperienza e ancora deve imparare da quella situazione.

Insomma, non se ne esce. La matassa è molto ingarbugliata. In tutto questo gran teatro, in effetti, ci ho navigato per anni fino a che non ho compreso una cosa fondamentale: siamo nella materia e, se siamo nella materia, abbiamo un corpo e non può esserci corpo senza una mente. Infine, non può esserci una mente senza un Ego. Questo vale per la persona che intraprende il percorso ma vale anche per l’operatore e, nel percorso, si sta insieme. Oltretutto, c’è sempre un principio di risonanza nella scelta reciproca tra operatore e “operante”. Quindi, molto spesso, gli schemi energetici e mentali tra i due sono simili. È se fosse proprio questo a creare il problema?

Avevo sempre preso in considerazione l’Ego della persona che avevo di fronte, i messaggi del suo corpo, le sue emozioni ma non avevo mai considerato pienamente il ruolo giocato anche dal mio. Sicura della mia posizione neutrale di operatore energetico, avevo sempre creduto che quella bastasse per garantire la scelta più appropriata della tecnica di lavoro.

Proprio da questa intuizione ho iniziato a canalizzare il Sistema Tet9, un sistema che, oltre ad essere fondato sul nuovo paradigma energetico, dà all’operatore la possibilità di ridurre al minimo l’influenza del proprio Ego e del proprio pensiero nel percorso di sanazione altrui. 

La “condicio sine qua non” del sistema è che tutto debba essere testato attraverso test kinesiologico o radiestesico. 

La persona porta l’obiettivo e poi la sua energia, la sua frequenza ti dice tutto il resto: campi di manifestazione, campi di origine e anche tecniche da utilizzare.

Inizialmente mi sono chiesta: “ma allora io, a parte il test, cosa faccio?” “Meno fai, meglio è”. Risposta secca ma vera.

Nel Sistema Tet9 l’operatore influisce meno possibile. È importante la sua preparazione, la conoscenza dei principi energetici su cui si basa il Tutto, la conoscenza profonda della tecnica ma, soprattutto, è fondamentale la sua coerenza profonda al principio di neutralità.

L’operatore del Sistema Tet9 è neutrale e per esserlo ha solo uno strumento: non decidere nulla, testare tutto, fare in modo che sia la persona a scegliere a livello vibrazionale il proprio percorso.

Sapete qual è stata la più grande sorpresa quando ho iniziato a lavorare così? 

In realtà, le sorprese sono state due.

La prima è stata sulle tecniche di risoluzione. 

Soprattutto inizialmente, durante l’analisi della manifestazione e dell’origine del blocco, mi veniva naturale immaginare quali tecniche sarebbero state opportune.

Dal test, però, molto spesso, quelle che io avevo pensato, non uscivano in prima battuta. La persona faceva un primo periodo con tecniche differenti da quelle che io, con la mia mente, avrei scelto. Poi, magari, nei test successivi, iniziavano a venire fuori le tecniche che io avevo pensato sin da subito.

Questa prima sorpresa porta alla seconda sorpresa: le persone durante il percorso non raggiungono più grossi stati di malessere, possono opporre resistenza al cambiamento, questo sì, rallentando il percorso, ma fino ad ora nessuno ha più avuto manifestazioni acute del sintomo. 

Il cambiamento, inoltre, è spesso molto lento inizialmente e diventa sempre più veloce nelle sessioni finali del lavoro. Questo perché, essendo il sistema energetico della persona a scegliere le tecniche e la loro priorità nel tempo, si riesce a creare un terreno fisico, energetico e mentale che consenta poi un cambiamento più agevole.

Per concludere, quindi, possiamo affermare che la crisi intesa come peggioramento del sintomo non sia necessaria e che sia probabilmente frutto della stigmatizzazione di una credenza limitante. 

La crisi è necessaria al cambiamento ma è da intendersi come una manifestazione di riequilibrio tra i principi di ombra e luce (polarità positiva e negativa) entrambi necessari nei processi di tutti i sistemi.

L’unico concetto di “crisi” necessaria al cambiamento è dunque questo: opposizione e bilanciamento dell’aspetto ombra e aspetto luce che può portare una momentanea sensazione di instabilità del Sistema. Quando questo avviene ad un livello puramente energetico, non è detto che la manifestazione debba essere necessariamente un peggioramento del sintomo.  

Abbandono, quindi, la convinzione comune che per ottenere qualsiasi cosa si debba faticare e sudare. Credo, piuttosto, che per ottenere qualcosa si debba coltivare il terreno della semina con amore e dedizione e che poi si debba saper aspettare con pazienza. 

Il seme piantato sulla terra buona germoglierà spontaneamente.

Foto di Karin Henseler da Pixabay